Google usa i tuoi dati per addestrare l’AI: cosa cambia
- La modifica silenziosa alle impostazioni Google
- Cosa raccoglie esattamente Google e perché conta
- Impatto immediato sulla brand trust e sulla reputazione digitale
- Come funziona l'opt-out e perché non basta
- Il cantiere ancora aperto: cosa non sappiamo ancora
- Cosa fare ora: tre direzioni operative
- Prospettive: dove va il rapporto tra AI, dati e marketing
Google ha modificato le proprie impostazioni sulla privacy. La novità consente all’azienda di conservare una quantità maggiore di dati degli utenti — immagini, file audio e video — per addestrare i propri modelli di intelligenza artificiale. Quindi, chiunque utilizzi i servizi Google sta, di fatto, contribuendo all’addestramento dei sistemi AI del colosso di Mountain View.
Tuttavia, esiste una procedura di opt-out. Gli utenti possono disattivare questa raccolta dati accedendo alle impostazioni dell’account Google. Nonostante ciò, la maggior parte degli utenti non è a conoscenza di questa modifica. Per i brand, questo scenario apre interrogativi concreti: i dati condivisi attraverso Google Workspace, Google Ads o YouTube rientrano in questa raccolta? La risposta influenza direttamente la fiducia dei clienti e la reputazione del brand.
In SHM Studio monitoriamo con attenzione queste evoluzioni normative e tecnologiche. Pertanto, riteniamo che i responsabili marketing debbano aggiornare le proprie informative sulla privacy e comunicare con trasparenza ai propri utenti. Infine, una gestione proattiva di questi temi rafforza la brand trust — una leva competitiva sempre più rilevante nel contesto digital attuale.
La modifica silenziosa alle impostazioni Google
A luglio 2026, una modifica alle impostazioni privacy di Google ha attirato l’attenzione di esperti e addetti ai lavori. Come riportato da TechCrunch, Google ha ampliato la propria capacità di archiviare dati degli utenti — inclusi immagini, file, registrazioni audio e video — con l’obiettivo dichiarato di migliorare i propri modelli di intelligenza artificiale.
In sostanza, ogni interazione con i servizi Google può diventare materiale di addestramento per i sistemi AI dell’azienda. Tuttavia, questa modifica non ha ricevuto una comunicazione proattiva e diretta agli utenti. Pertanto, la maggior parte delle persone — e dei professionisti del marketing — ne è ancora all’oscuro.
Questo rappresenta un cambio di paradigma significativo. Infatti, non si tratta di una novità tecnica marginale: riguarda la relazione tra utente, brand e piattaforma.
Cosa raccoglie esattamente Google e perché conta
La modifica interessa una gamma ampia di dati. Oltre ai tradizionali dati comportamentali e di navigazione, Google può ora conservare contenuti multimediali caricati o generati all’interno dei propri servizi. Quindi, questo include potenzialmente file caricati su Google Drive, contenuti condivisi tramite Gmail, video su YouTube e interazioni con Google Assistant.
Per i responsabili marketing, la domanda rilevante è un’altra. I dati delle campagne gestite tramite Google Ads, i contenuti pubblicati su YouTube o le comunicazioni via Google Workspace rientrano in questa raccolta? La risposta non è ancora del tutto chiara. Di conseguenza, è necessario un approfondimento delle condizioni contrattuali specifiche per account aziendali.
Secondo una ricerca McKinsey sul panorama AI 2025, la fiducia nei confronti delle piattaforme tecnologiche è diventata uno dei principali fattori di adozione o rifiuto degli strumenti digitali da parte delle aziende. Pertanto, episodi come questo hanno un impatto diretto sulle scelte strategiche delle imprese.
Impatto immediato sulla brand trust e sulla reputazione digitale
Per i brand che operano nel digital marketing, questa notizia ha implicazioni concrete. Prima di tutto, riguarda la fiducia che i propri clienti e utenti ripongono nel brand stesso. Se un’azienda utilizza Google Workspace per comunicare con i clienti, o Google Ads per raccogliere dati sulle conversioni, si trova in una posizione di intermediazione delicata.
Inoltre, il tema della privacy è sempre più centrale nelle aspettative dei consumatori italiani ed europei. Il Regolamento GDPR impone già standard elevati. Tuttavia, la raccolta di dati da parte di piattaforme terze — anche quando tecnicamente lecita — può generare percezioni negative se non comunicata con trasparenza.
Noi di SHM Studio osserviamo che i brand più attenti stanno già integrando sezioni dedicate nelle proprie informative sulla privacy. In queste sezioni viene spiegato quali piattaforme terze trattano i dati degli utenti e per quali finalità. Questa pratica, oltre a essere corretta dal punto di vista normativo, rafforza la credibilità del brand.
Analogamente, alcune aziende stanno rivedendo le proprie strategie di digital marketing per ridurre la dipendenza da un’unica piattaforma. Diversificare i canali — ad esempio integrando LinkedIn Ads o investendo nella SEO organica — riduce l’esposizione a questi rischi reputazionali.
Come funziona l’opt-out e perché non basta
Google consente agli utenti di disattivare questa raccolta dati. La procedura si effettua accedendo alle impostazioni dell’account Google, nella sezione dedicata all’attività web e alle preferenze di personalizzazione. Tuttavia, la procedura non è intuitiva. Richiede diversi passaggi e non è segnalata in modo proattivo dalla piattaforma.
Per le aziende, l’opt-out a livello di account personale non è sufficiente. Infatti, gli account aziendali Google Workspace seguono logiche di gestione differenti, affidate all’amministratore di sistema. Di conseguenza, il responsabile IT o il DPO aziendale deve verificare le impostazioni specifiche per il dominio aziendale.
Secondo le indicazioni del testo ufficiale del GDPR, il titolare del trattamento è responsabile anche dei dati trattati da eventuali responsabili esterni — come le piattaforme tecnologiche. Pertanto, affidarsi esclusivamente alle impostazioni predefinite di Google non è una strategia sufficiente dal punto di vista della compliance.
Il cantiere ancora aperto: cosa non sappiamo ancora
Alcune questioni rimangono aperte. Non è ancora chiaro, ad esempio, se i dati raccolti tramite account aziendali Google Workspace Enterprise rientrino nelle stesse logiche degli account consumer. Allo stesso modo, non è definito con precisione quali modelli AI specifici vengano addestrati con questi dati.
Google non ha ancora fornito una comunicazione ufficiale dettagliata su questo punto. Tra l’altro, la questione potrebbe attrarre l’attenzione delle autorità garanti europee, in particolare dopo le recenti indagini dell’AGPD spagnola e del Garante italiano su pratiche analoghe di altre piattaforme.
Per i responsabili marketing, questa incertezza è già di per sé un segnale. Dunque, è opportuno avviare una revisione delle proprie dipendenze tecnologiche e valutare quali dati transitano attraverso i servizi Google.
Cosa fare ora: tre direzioni operative
Di fronte a questo scenario, noi di SHM Studio individuiamo tre direzioni operative prioritarie per i responsabili marketing.
- Revisione delle informative privacy. Aggiornare le privacy policy aziendali includendo riferimenti espliciti alle piattaforme terze che trattano dati degli utenti. In particolare, Google deve essere menzionata con riferimento alle finalità di addestramento AI. Un supporto specializzato in web strategy può facilitare questo aggiornamento.
- Diversificazione della presenza digitale. Ridurre la concentrazione su un’unica piattaforma è una scelta strategica. Investire in SEO organica, in canali owned come il blog aziendale, e in piattaforme alternative come LinkedIn Ads riduce l’esposizione ai rischi di piattaforma.
- Comunicazione proattiva verso i clienti. I brand che comunicano con trasparenza le proprie scelte tecnologiche costruiscono un vantaggio competitivo reale. Una strategia di content marketing orientata alla trasparenza può diventare un elemento differenziante.
Oltre a questo, è consigliabile coinvolgere il DPO aziendale — o un consulente esterno — nella valutazione delle impostazioni Google Workspace. Infine, monitorare gli aggiornamenti normativi europei su questo tema è essenziale nei prossimi mesi.
Prospettive: dove va il rapporto tra AI, dati e marketing
Questo episodio non è isolato. Infatti, tutte le grandi piattaforme tecnologiche — Meta, Microsoft, Apple — stanno ridefinendo le proprie politiche di raccolta dati in funzione dell’addestramento AI. Secondo Harvard Business Review, la privacy è ormai una variabile competitiva e non solo un obbligo normativo.
Per il marketing B2B e retail italiano, questo significa che la gestione dei dati diventa una componente della brand identity. Al contrario di quanto si pensava fino a pochi anni fa, la raccolta massiva di dati non è più necessariamente un vantaggio. Anzi, può diventare un elemento di rischio reputazionale.
Le aziende che sapranno costruire una presenza digitale solida — basata su contenuti di qualità, SEO strutturale e canali owned — saranno meno esposte alle oscillazioni delle policy delle grandi piattaforme. Pertanto, investire in strategie AI-driven proprie, piuttosto che dipendere esclusivamente dagli strumenti di terze parti, diventa una priorità strategica per il 2026 e oltre.
Per approfondire questi temi o per una valutazione della propria strategia digital, è possibile consultare il blog di SHM Studio o contattare il nostro team direttamente.
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