- Questo caso riguarda davvero anche la mia azienda, o solo le grandi imprese?
- Cosa è successo esattamente e quali regole sono state violate?
- I dati GPS dei veicoli aziendali sono davvero dati personali?
- Il Garante sta davvero aumentando i controlli, o questo è un caso isolato?
- Cosa cambia in pratica: chi fa cosa quando arriva una richiesta di un dipendente?
- Tre scenari concreti: cosa succede in un'azienda manifatturiera, uno studio professionale e un e-commerce?
- Quali altri casi simili ha già sanzionato il Garante?
- Quali strumenti e approcci esistono per gestire le richieste dei dipendenti in modo sicuro?
- Come si parte concretamente: i passi per mettere in sicurezza la gestione delle richieste dei dipendenti?
- Quali sono gli errori più comuni che portano a sanzioni come questa?
- Come capire se la tua procedura sta davvero funzionando?
- Allora, ne vale la pena investire in un audit delle procedure GDPR sui dipendenti?
- Come la vediamo in SHM
- Domande frequenti
- Il Garante ha multato una società di vigilanza bolognese con 39.000 euro per non aver risposto alle richieste di accesso ai dati di un ex dipendente e per informative privacy incomplete sui sistemi GPS.
- Qualsiasi richiesta scritta di un dipendente che riguarda i suoi dati vale come esercizio del diritto di accesso GDPR, anche se non cita esplicitamente la legge: ignorarla espone a sanzione.
- Nel 2024 in Italia le sanzioni GDPR sono quasi quintuplicate rispetto all’anno prima (da 25 a 122 milioni di euro): il rischio non è teorico.
- La soluzione pratica è una procedura scritta e un responsabile interno che gestisca le richieste entro 30 giorni, con registrazione di ogni passaggio.
Un ex dipendente chiede di vedere i dati raccolti su di lui tramite GPS. L’azienda non risponde. Risultato: 39.000 euro di multa dal Garante Privacy. E non serve essere una grande corporation per finire nel mirino.
Questo caso riguarda davvero anche la mia azienda, o solo le grandi imprese?
Riguarda qualsiasi azienda con dipendenti, indipendentemente dalle dimensioni. La multa da 39.000 euro è arrivata a una PMI del settore vigilanza, non a una multinazionale.
La società coinvolta è La Patria S.p.A., un’azienda di sicurezza e vigilanza tecnologica con sede a Bologna. Un ex dipendente ha presentato due richieste scritte per accedere ai documenti relativi al procedimento disciplinare che aveva portato al suo licenziamento, inclusi i dati di geolocalizzazione raccolti dal GPS del veicolo aziendale che usava.
L’azienda non ha risposto in modo adeguato. Il Garante Privacy — l’autorità italiana che vigila sul rispetto delle regole sulla protezione dei dati personali — ha avviato un’indagine e ha comminato una sanzione totale di 39.000 euro, come riportato dall’EDPB (il Comitato europeo per la protezione dei dati).
Il punto chiave: non serve essere grandi per essere sanzionati. Serve solo non avere una procedura interna per gestire queste richieste.
| La tua situazione | Sei a rischio? | Perché |
|---|---|---|
| Hai dipendenti con veicoli aziendali dotati di GPS | Sì | I dati di geolocalizzazione sono dati personali: serve informativa specifica |
| Non hai una procedura scritta per rispondere alle richieste dei dipendenti sui loro dati | Sì | Senza procedura, il rischio di non rispondere entro 30 giorni è alto |
| La tua informativa privacy ai dipendenti è generica o copiata da un modello | Sì | Informative imprecise o con categorie di dati non trattate sono una violazione autonoma |
| Hai già una procedura documentata e un responsabile interno designato | Parzialmente | Verifica che copra anche i dati raccolti da strumenti digitali (badge, email, GPS, software) |
| Hai un DPO (responsabile della protezione dei dati) attivo e procedure aggiornate | Basso | Mantieni la documentazione aggiornata a ogni nuovo strumento introdotto |
Cosa è successo esattamente e quali regole sono state violate?
L’azienda ha commesso tre errori distinti: non ha risposto alle richieste di accesso, non ha informato i dipendenti sul trattamento dei dati GPS, e aveva un’informativa con categorie di dati che non trattava affatto.
Il Garante ha identificato tre violazioni separate, ognuna con la sua sanzione parziale.
| Violazione | Articolo GDPR | Sanzione parziale | Cosa avrebbe dovuto fare l’azienda |
|---|---|---|---|
| Mancata risposta alle richieste di accesso dell’ex dipendente | Art. 15 (diritto di accesso) | 22.000 € | Rispondere entro 30 giorni, o motivare per iscritto il rifiuto con i rimedi disponibili |
| Nessuna informativa ai dipendenti sul trattamento dei dati GPS dei veicoli aziendali | Art. 13 (informativa) | 17.000 € | Fornire un documento specifico che spieghi cosa si raccoglie, perché e per quanto tempo |
| Informativa privacy con categorie di dati speciali (es. convinzioni filosofiche, vita sessuale) mai trattate dall’azienda | Art. 12 (trasparenza) | Inclusa nei 17.000 € | Rimuovere dall’informativa qualsiasi riferimento a dati che non vengono effettivamente trattati |
Un dettaglio importante: il Garante ha chiarito che un dipendente non deve citare il GDPR per nome perché la sua richiesta valga come esercizio del diritto di accesso. Una semplice email che chiede «voglio vedere i dati che avete su di me» è sufficiente. Se l’azienda non risponde, viola la legge.
L’azienda ha poi corretto le proprie procedure durante l’indagine — e questo ha influito positivamente sulla quantificazione della multa. Il Garante non ha imposto misure correttive aggiuntive proprio perché le violazioni erano già cessate al momento del provvedimento.
I dati GPS dei veicoli aziendali sono davvero dati personali?
Sì. Il Garante ha confermato che la posizione di un veicolo aziendale è un dato personale perché può essere ricondotta indirettamente al dipendente che lo guida.
Molte aziende installano sistemi GPS sui veicoli aziendali per motivi logistici o di sicurezza, senza pensare che stiano raccogliendo dati personali. Ma se il veicolo è assegnato a un dipendente specifico — anche solo per turni — la sua posizione è un dato che lo riguarda direttamente.
Questo significa che si applicano tutte le regole del GDPR: serve un’informativa chiara prima che il dipendente inizi a usare il veicolo, una base giuridica valida per il trattamento, e una risposta adeguata se il dipendente chiede di vedere quei dati.
Lo stesso principio vale per altri strumenti di monitoraggio comuni nelle aziende: badge di accesso, sistemi di videosorveglianza, software di produttività che registrano l’attività sul computer. Il Garante ha già sanzionato casi simili legati alla posta elettronica aziendale — come la multa da 50.000 euro alla Regione Lombardia per la conservazione dei metadati delle email dei dipendenti per 90 giorni, prima applicazione operativa delle Linee guida 2024 sui metadati, documentata dall’Osservatorio Data Protection.
| Strumento aziendale | Genera dati personali? | Informativa specifica richiesta? |
|---|---|---|
| GPS su veicoli aziendali | Sì | Sì |
| Videosorveglianza in sede | Sì | Sì |
| Badge di accesso | Sì | Sì |
| Email aziendale (metadati) | Sì | Sì |
| Software di gestione presenze | Sì | Sì |
| Telefono aziendale con localizzazione | Sì | Sì |

Il Garante sta davvero aumentando i controlli, o questo è un caso isolato?
I controlli sono in aumento costante. Nel 2024 le sanzioni GDPR in Italia sono quasi quintuplicate rispetto all’anno precedente, e il diritto di accesso dei dipendenti è una delle aree più monitorate.
I numeri parlano chiaro. Nel 2024 il Garante ha adottato 835 provvedimenti collegiali, di cui 468 correttivi o sanzionatori, gestendo oltre 4.000 reclami — una media di 11 al giorno, secondo la Relazione annuale 2024 del Garante Privacy. Nel 2025 i provvedimenti sono stati 807, con sanzioni per oltre 37 milioni di euro e 2.415 notifiche di data breach, il 10% in più rispetto all’anno prima, come riporta Ritalia.it.
Sul fronte europeo, lo scorso anno l’EDPB ha coordinato un’azione di enforcement specifica sul diritto di accesso (articolo 15 GDPR) che ha coinvolto 30 autorità nazionali e 1.185 aziende di settori e dimensioni diverse, come documentato nel rapporto EDPB sull’azione coordinata. Il tema non è marginale: è una priorità dichiarata delle autorità europee.
Il caso della multa BBVA da 5,5 milioni di euro — analizzato nell’articolo Multa BBVA: cosa rischia chi ignora l’opt-out — mostra che il Garante non si ferma ai casi piccoli. E il caso Uber da 825 milioni conferma che le decisioni automatizzate sui lavoratori sono un’area ad altissima attenzione regolatoria.
Cosa cambia in pratica: chi fa cosa quando arriva una richiesta di un dipendente?
Serve un processo interno chiaro con ruoli definiti. Senza di esso, il rischio di superare i 30 giorni previsti dalla legge è quasi certo.
- 1 · Dipendente o ex dipendenteInvia la richiestaPuò farlo via email, lettera o anche verbalmente. Non deve citare il GDPR. Basta che chieda di vedere i propri dati o i documenti che lo riguardano.
- 2 · Responsabile HR o referente privacyRegistra la richiesta entro 24 oreOgni richiesta va protocollata con data di ricezione. Da quel momento partono i 30 giorni di legge per rispondere.
- 3 · Referente privacy / legaleValuta cosa fornireIdentifica i dati trattati che riguardano il richiedente. Se ci sono limitazioni (es. dati di terzi), le documenta per iscritto.
- 4 · Responsabile HR o legaleRisponde entro 30 giorniFornisce i dati richiesti oppure comunica per iscritto il motivo del rifiuto e i rimedi disponibili (reclamo al Garante o ricorso giudiziario).
- 5 · Referente privacyArchivia tutta la documentazioneConserva la richiesta, la risposta e ogni comunicazione intermedia. In caso di controllo, questa documentazione è la prova della conformità.
Tre scenari concreti: cosa succede in un’azienda manifatturiera, uno studio professionale e un e-commerce?
Il rischio cambia in base agli strumenti usati, ma la struttura del problema è sempre la stessa: dati raccolti senza informativa adeguata e nessuna procedura per rispondere alle richieste.
Esempi illustrativi: i numeri e le situazioni servono a mostrare il ragionamento, non sono dati di clienti reali.
| Tipo di azienda | Strumenti che generano dati personali dei dipendenti | Rischio principale | Cosa fare subito |
|---|---|---|---|
| Azienda manifatturiera con flotta veicoli | GPS sui furgoni, badge di accesso, videosorveglianza in magazzino | Nessuna informativa specifica per GPS e videosorveglianza; richieste di accesso non gestite | Aggiornare l’informativa per ogni strumento; designare un referente per le richieste |
| Studio professionale (commercialista, avvocato) | Email aziendale, software gestionale, eventuali accessi da remoto | Metadati email conservati troppo a lungo; nessuna procedura per richieste dei collaboratori | Verificare i tempi di conservazione dei log email; creare una procedura scritta |
| E-commerce con magazzino e team logistica | Software di gestione ordini, badge, eventuali GPS sui rider | Informative generiche che non coprono i dati operativi; richieste di ex dipendenti ignorate | Mappare tutti i trattamenti legati al personale; aggiornare le informative per ruolo |

Quali altri casi simili ha già sanzionato il Garante?
Il diritto di accesso dei dipendenti è una delle aree più colpite. I casi recenti mostrano che il Garante interviene su aziende di ogni dimensione e settore.
Il Rapporto annuale 2024 del Garante segnala che i provvedimenti nel contesto lavorativo riguardano soprattutto posta elettronica, videosorveglianza e sistemi basati su intelligenza artificiale. Il rapporto EDPB 2024 sul diritto di accesso ha identificato sette sfide principali per le aziende, tra cui la mancanza di procedure interne documentate e interpretazioni incoerenti dei limiti al diritto di accesso.
| Azienda / Ente | Sanzione | Violazione principale |
|---|---|---|
| La Patria S.p.A. (vigilanza, Bologna) | 39.000 € | Mancata risposta alle richieste di accesso; informativa GPS assente |
| Regione Lombardia | 50.000 € | Metadati email dipendenti conservati 90 giorni senza base giuridica adeguata |
| Hera Comm | 5.800.000 € | Violazioni GDPR nell’uso di sistemi di scoring, incluso art. 15 |
| EstEnergy | 1.400.000 € | Violazioni GDPR nell’uso di sistemi di scoring, incluso art. 15 |
| Cerved | 400.000 € | Violazioni GDPR nell’uso di sistemi di scoring, incluso art. 15 |
| Experian | 120.000 € | Violazioni GDPR nell’uso di sistemi di scoring, incluso art. 15 |
Le sanzioni più alte riguardano le violazioni su larga scala, ma i casi come quello di La Patria dimostrano che anche le PMI non sono al riparo. Il tema della compliance digitale si intreccia sempre più con quello dell’AI: come mostra l’articolo AI e compliance nelle campagne ads, le impostazioni predefinite degli strumenti digitali possono generare violazioni senza che l’azienda se ne accorga.
Quali strumenti e approcci esistono per gestire le richieste dei dipendenti in modo sicuro?
Esistono tre livelli di intervento: procedure interne, formazione del personale e supporto esterno. La scelta dipende dalla dimensione dell’azienda e dalla complessità dei trattamenti.
| Approccio | Adatto a | Costo indicativo | Limite principale |
|---|---|---|---|
| Procedura interna scritta + referente designato | PMI con pochi dipendenti e trattamenti semplici | Basso (tempo interno) | Richiede aggiornamento continuo al variare degli strumenti usati |
| Formazione HR e legal su GDPR nel rapporto di lavoro | Aziende con team HR strutturato | Medio | Non sostituisce la consulenza legale per i casi complessi |
| Audit esterno + aggiornamento informative | PMI con strumenti di monitoraggio (GPS, badge, videosorveglianza) | Medio-alto | Investimento una tantum, da aggiornare ogni 1-2 anni |
| DPO (responsabile protezione dati) esterno | Aziende con trattamenti complessi o obbligate per legge | Variabile (contratto continuativo) | Richiede un DPO con conoscenza del settore specifico |
Come si parte concretamente: i passi per mettere in sicurezza la gestione delle richieste dei dipendenti?
Si parte da una mappatura di tutti gli strumenti che raccolgono dati sui dipendenti, poi si costruisce una procedura e si forma chi la deve applicare.
- 1 · Management / HRMappa tutti gli strumenti che raccolgono dati sui dipendentiGPS, badge, videosorveglianza, email, software gestionali, app aziendali. Per ognuno: cosa raccoglie, per quanto tempo, chi vi accede.
- 2 · Legale / consulente privacyVerifica e aggiorna le informativeOgni strumento deve avere la sua informativa specifica. Rimuovi riferimenti a categorie di dati che non tratti davvero.
- 3 · HR / referente designatoCrea una procedura scritta per le richieste di accessoChi riceve la richiesta, chi la valuta, chi risponde, entro quando. Includi un modello di risposta standard per i casi più comuni.
- 4 · HR / managementForma il personale che gestisce i dipendentiResponsabili HR, team leader e chiunque possa ricevere una richiesta deve sapere cosa fare e a chi passarla.
- 5 · Referente privacyTesta la procedura con una simulazioneSimula una richiesta di accesso e verifica che il processo funzioni nei tempi previsti. Documenta l’esito.
- 6 · ManagementPianifica una revisione annualeOgni volta che introduci un nuovo strumento digitale, aggiorna la mappatura e le informative. Non aspettare il controllo del Garante.
Quali sono gli errori più comuni che portano a sanzioni come questa?
Gli errori più frequenti sono tre: ignorare le richieste perché non citano esplicitamente il GDPR, usare informative generiche copiate da modelli, e non aggiornare la documentazione quando si introducono nuovi strumenti.
- Ignorare la richiesta perché «non è formale». Il Garante ha chiarito che non serve citare il GDPR. Qualsiasi richiesta scritta di un dipendente che riguarda i suoi dati attiva l’obbligo di risposta entro 30 giorni.
- Usare un’informativa privacy generica per tutti i dipendenti. Se usi GPS, videosorveglianza o software di monitoraggio, ogni strumento richiede una sezione dedicata nell’informativa.
- Includere nell’informativa categorie di dati che non tratti. Come nel caso di La Patria, inserire riferimenti a «dati sulla vita sessuale» o «convinzioni filosofiche» quando non li tratti è una violazione autonoma.
- Non designare un responsabile interno. Senza un referente chiaro, le richieste si perdono tra uffici e il termine di 30 giorni scade senza che nessuno se ne accorga.
- Non conservare la documentazione delle richieste gestite. In caso di controllo, la prova della conformità è la documentazione: richiesta ricevuta, risposta inviata, data.
Come capire se la tua procedura sta davvero funzionando?
Ci sono indicatori semplici da monitorare internamente, senza bisogno di strumenti sofisticati.
| Indicatore | Obiettivo | Segnale di allarme |
|---|---|---|
| Tempo medio di risposta alle richieste di accesso | Sotto i 30 giorni | Anche una sola richiesta senza risposta entro 30 giorni |
| Percentuale di richieste con risposta documentata | 100% | Qualsiasi richiesta senza traccia scritta della risposta |
| Informative aggiornate dopo l’introduzione di nuovi strumenti | Entro 30 giorni dall’introduzione | Strumenti attivi da più di 30 giorni senza informativa specifica |
| Personale HR formato sulla procedura | 100% del team HR e dei responsabili di reparto | Responsabili che non sanno a chi passare una richiesta |
| Revisione annuale della mappatura dei trattamenti | 1 volta l’anno | Mappatura ferma da più di 12 mesi |
Allora, ne vale la pena investire in un audit delle procedure GDPR sui dipendenti?
Vale la pena sehai dipendenti con veicoli GPS, badge, videosorveglianza o software di monitoraggio e non hai mai verificato le informative specifiche per questi strumenti. Il rischio di una sanzione è concreto e l’investimento in un audit è di gran lunga inferiore alla multa minima.
Una via di mezzohai già un’informativa ai dipendenti ma non l’hai aggiornata negli ultimi 12 mesi o hai introdotto nuovi strumenti digitali senza aggiornarla. Un controllo interno mirato è sufficiente per ridurre il rischio.
Non ancora sehai un DPO attivo, procedure documentate e aggiornate, e hai già verificato le informative per ogni strumento di raccolta dati. Mantieni il monitoraggio periodico e sei a posto.
Come la vediamo in SHM
Per noi, la compliance GDPR nel rapporto di lavoro non è una questione burocratica: è un segnale di quanto un’azienda conosce davvero i propri processi digitali. Chi non sa quali dati raccoglie sui propri dipendenti — e come — di solito non lo sa nemmeno per i propri clienti.
Abbiamo lavorato con aziende che usavano strumenti digitali complessi (gestionali, piattaforme di monitoraggio, sistemi di accesso) senza mai aver mappato i dati che questi strumenti generavano. Il punto di partenza non era mai la multa: era capire cosa stava davvero succedendo nei processi interni. Da lì, costruire procedure chiare è stato molto più semplice.
Se vuoi capire dove sei esposto, il primo passo è un audit delle procedure esistenti. Possiamo aiutarti a strutturarlo, a formare il team HR e a integrare la gestione delle richieste GDPR nei flussi operativi già in uso. Trovi i nostri servizi di automazione e ottimizzazione dei processi aziendali e di formazione su AI e strumenti digitali per le aziende tra le nostre attività principali. Per un confronto diretto, scrivici.
Puoi approfondire il contesto normativo europeo anche nell’articolo dedicato al tema Project management e tecnologia, dove raccogliamo i casi più rilevanti per le PMI italiane.
Domande frequenti
No. Il Garante ha chiarito che qualsiasi richiesta scritta con cui un dipendente chiede di vedere i propri dati attiva l’obbligo di risposta entro 30 giorni. Non è necessario che citi l’articolo 15 del GDPR o usi termini tecnici. Anche una semplice email informale è sufficiente.
Il GDPR prevede un termine di 30 giorni dalla ricezione della richiesta. In casi complessi, il termine può essere esteso di altri 60 giorni, ma il dipendente deve essere informato dell’estensione entro i primi 30 giorni. Se non si risponde affatto, si viola la legge indipendentemente dalla complessità del caso.
Sì. Il Garante ha confermato che la posizione di un veicolo aziendale è un dato personale quando il veicolo è assegnato a un dipendente specifico, perché la sua posizione può essere ricondotta indirettamente a quella persona. Serve quindi un’informativa specifica prima che il dipendente inizi a usare il veicolo.
Puoi rifiutare, ma devi farlo per iscritto, motivando il rifiuto e informando il dipendente dei rimedi disponibili: presentare un reclamo al Garante o ricorrere al giudice. Un rifiuto non motivato equivale a una mancata risposta e costituisce violazione del GDPR.
Dipende da cosa contiene. Un’informativa generica non è sufficiente se l’azienda usa strumenti specifici come GPS, videosorveglianza, badge di accesso o software di monitoraggio. Ognuno di questi strumenti richiede una sezione dedicata che spieghi cosa si raccoglie, perché e per quanto tempo. Includere categorie di dati che non vengono effettivamente trattati è anch’essa una violazione.
Sì. Il caso di La Patria S.p.A. lo dimostra: la multa da 39.000 euro è arrivata a una PMI del settore vigilanza, non a una grande corporation. Le indagini del Garante partono spesso da reclami individuali, e un singolo dipendente insoddisfatto è sufficiente ad avviare un procedimento.
La multa non arriva perché l’azienda era in malafede: arriva perché nessuno aveva mai scritto chi doveva rispondere, a chi e entro quando.
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